(...spero si capisca abbastanza anche senza aver visto il film)
UNA BUONA NOTIZIA
Commento del documentario “Episode III – Enjoy Poverty” di Renzo Martens
Una confidenza imbarazzante
I documentari sulle “regioni problematiche” del mondo si rivolgono sempre a un pubblico occidentale che occorre sensibilizzare. Si rivolgono a noi all’insaputa di coloro di cui catturano l’immagine. All’inizio di Episode III, Renzo Martens percorre un sentiero nella foresta a fianco ad un certo numero di africani che portano delle pesanti casse: Filmato in primo piano, ci confida qualcosa su un tono così solenne che diventa quasi patetico. Sta quasi sussurrando, e si capisce che non vuole che i suoi compagni di viaggio capiscano quello che sta dicendo: “Non si può dare loro nulla che non abbiano già. Non si deve dare loro nulla che non abbiano già. Bisogna formarli, emanciparli. Ci sono nuove opportunità, nuovi mercati, nuovi prodotti... La gente della foresta qui non possiede nessuna nozione”, conclude, su un tono compassionevole. Qualche istante prima, ha fatto sapere a degli africani che non è per niente impressionato dalla loro pesca, e che forse è tempo di andare a pescare altrove. Di primo acchito, guardandolo, si prova una leggera irritazione dovuta all’essere inconsapevolmente complici di qualcosa, come se qualcuno ci avesse rivelato un qualche segreto osceno che preferivamo non sentire. Il discorso di Renzo Martens sui “nuovi mercati e nuovi prodotti”, sullo sfondo dei rumori emessi dagli africani che si ammazzano di fatica, risuona in maniera piuttosto inappropriata e decisamente pedante: “Ah, se solo potessero aprire gli occhi!” In realtà la scena di cui siamo resi complici è invisibile. E’ la scena dell’uomo bianco che detiene il privilegio d’informare i suoi simili nei salotti, nei cinema o nei musei della situazione nella quale gli autoctoni sono troppo profondamente immersi per poterla cogliere. La voce sincera, velata da un certo spirito di cospirazione, che Martens adotta per rivolgersi a se stesso rivolgendosi a noi, ci fa sentire il fossato tra lui e gli africani con i quali sta percorrendo il sentiero. Il suo tono confidenziale indica che possiamo capirlo al volo. Quest’evidente complicità è insopportabile, anche se è la condizione tacita di qualsiasi documentario o reportage. Il fatto che il regista si rivolga ai suoi simili civilizzati all’insaputa delle persone di cui narra l’esistenza passa sotto la responsabilità di un discorso oggettivista, garante di un’informazione apparentemente neutra rispetto alla situazione sul posto. Chiunque conosce, pur senza farci caso, il tono distaccato e sereno della voce fuori campo dell’intervista o del servizio che adottano spesso i reporter o i documentaristi. Renzo Martens invece non pretende d’identificarsi con la scena in manira più “profonda” o più “intensa”. Al contrario: attraverso il modo in cui filma se stesso, ci mostra fino a che punto rappresenta un “corpo estraneo” nel mondo di cui ci racconta. E’ spietato in questo. Quando un nero gli chiede in francese se il termine “POVETY” che appare sul pannello che sta scrivendo non sia scritto male, Martens ribatte laconicamente che quel pannello è destinato ad un pubblico internazionale il quale, oggigiorno, predilige l’inglese. “Il film sarà mostrato in Europa, non qui!” Le immagini che ci danno un quadro di persone sofferenti non si rivolgono certo a coloro che soffrono, bensì esclusivamente a coloro che, a migliaia di chilometri di distanza, un una cultura sempre più globalizzata e anglosassone, godono del lusso di poter “compatire”. Queste immagini servono quindi a dotare la sofferenza di un commento, a farne un giro d’orizzonte, a situarla nel suo vasto contesto sociale, economico, politico, psicologico, teologico, mondiale,...
Il sorriso al posto del logo
In un campo di rifugiati nel Congo orientale, dei ragazzi e delle ragazze occidentali in buona forma, dotati di macchine fotografiche, “mitragliano” senza tregua dei rifugiati neri, seduti per terra o sotto le tende con il lodo dell’Onu. Il loro eterno sorriso tradisce un angoscia, come se, se prendessero un’aria seria, rischiassero di diventare uno specchio della miseria di coloro che fotografano e di suscitare in più una compassione di cui si vergognano perché non la stanno testimoniando. Quei volti sorridenti e quelle fotocamere tintinnanti, siamo noi. Incarnano la maschera umanitaria che indossiamo di fronte a quei neri naufragati nei campi, e il logo irreprensibile dietro al quale ci proteggiamo contro quello di cui non possiamo in alcun modo continuare a non vedere. Quei giovani benpensanti si dissimulano dietro ai loro sorrisi fissi, con i quali chiedono allo stesso tempo scusa per questa dissimulazione, per il simulacro, per l’insignificanza e il pallore della loro presenza, per il fatto di venire unicamente per misurare i danni, e non per ripararli. Con quel sorriso, si scusano con coloro che fotografano di non essere il Salvatore. Fotografano come se stessero strizzando gli occhi, per non vedere quello che vedono, come se le loro macchine fossero azionate direttamente dall’Onu. Quell’apparecchio profetico cancella il loro stesso sguardo e lo cede all’Occhio del mondo. Ogni scatto li rende ciechi, è al Mondo che incombe di guardare quelle immagini. Inoculano in questo Mondo la pietà che considerano inguardabile.
La ragazzina, il logo e Dio
Renzo Martens non pretende di rompere la logica del logo. Al contrario, spinge questa logica fino in fondo, per rendere tangibile il fatto che il logo non è un segno di riconoscimento neutro, puramente pragmatico: il logo è il mezzo con il quale il mondo ci viene presentato, e che lo rende Mondo. Noi conosciamo e percepiamo per mezzo del logo. Grazie al logo, formiamo un tutto, un Noi. Nella baracca del pover’uomo per il quale Renzo Martens ha preparato un piatto di carne e di verdure, i loghi sembrano lontani; ma non è altro che un’illusione, perché non esiste impostura ideologica più grande di quella di credere di aver davanti semplicemente due uomini in carne ed ossa che fraternamente dividono un pasto. Renzo Martens tira fuori da una tasca un piccolo pezzo di stoffa con la bandiera europea e lo appunta con uno spillo sul vestito della ragazzina, figlia dell’uomo, visibilmente malnutrita. Il regista non risponde al padre che gli chiede il significato di un tale gesto. Non si chiede il significato di un logo: il logo è un concetto che circola. Le sue vie sono impenetrabili e prima ancora di prenderne coscienza, ecco che ci viene appuntato addosso. Il logo dell’Unione europea sottolinea la distanza incommensurabile tra questi due uomini, una distanza che nessun gesto umano potrà mai superare. D’altronde Martens non fa che accentuarla quando spiega all’uomo che non deve aspettarsi nessun miglioramento nella sua vita, mai, e quindi che non deve sperare in niente di più che in questo pasto, tanto fortuito quanto i pacchi di viveri distribuiti dall’Onu. Martens non dà prova di alcuna umanità, è l’inviato piuttosto freddo e distaccato della società Umanità Compassionevole SpA. Poco dopo aver appuntato il logo dell’Unione europea sulla bambina, vediamo il padre, colmo di gratitudine, esclamare: “Dio esiste, non avrei mai pensato di mangiare in questo modo co i miei figli.” Solo Dio sembra potergli fornire una spiegazione per questo dono inaspettato, insolito.
Guarda la loro gioia!
Il “messaggio” di Renzo Martens e la sua “analisi della situazione” sono forse esatti? La sola via di scampo per il povero Congolese starebbe nell’assicurare lui stesso le immagini della propria miseria, nel vendere la sua “mancanza” di risorse? Il film esclude quest’opzione. I fotografi locali, incoraggiati dall’artista, possono prendere tutte le foto che vogliono di cadaveri, bambini malnutriti, donne violentate... Non avranno mai accesso al mercato delle immagini. Gli si risponderà che non c’è deontologia nel loro progetto, o che non è abbastanza professionale. La produzione è possibile, la distribuzione no. La trasposizione in immagini della misera africana rimane proprietà privata dei giornalisti, fotografi e artisti occidentali. Ovviamente Renzo Martens non intende sottomettere la sua analisi radicalmente pessimista alla prova empirica; piuttosto, quello che cerca di farci capire, o meglio sentire, è che c’è qualcosa di scabroso nella retorica della speranza, condivisa da una quantità innumerevole di reporter, fotografi, rappresentanti delle Nazioni Unite, cooperanti, operatori umanitari, medici e documentaristi. Tutti giustificano la loro posizione con l’idea che c’è sempre una speranza, “nonostante tutto”. Alla luce dei milioni di morti causati dalla guerra e dalla fame in Congo nell’ultimo decennio e di tutti coloro che vivono perennemente in stato di guerra e nel terrore, in una miseria indicibile, alla luce di questa realtà è forse leggermente immorale suggerire che c’è sempre una speranza.
Non c’è speranza per i morti, né per quei vivi la sui sopravvivenza in quanto creature biologiche rappresenta la più alta aspettativa che possono farsi della propria vita. Non solo la retorica della sopravvivenza sorvola con troppa facilità sui morti, ma dimentica pure il qui e ora della miseria funeste. Ecco perché la speranza è spesso solo un logo tramite il quale rendiamo sostenibile il nostro sguardo compassionevole di fronte alla disperazione (...) e ci sentiamo rassicurati quanto alla nostra umanità. Martens è forse “ironico” quando propone a questi Africani di preparare una festa attorno al suo cartello “ENJOY please POVERTY”? Sostituisce il logo umanitario della speranza obbligatoria con quello della disperazione consapevole: l’accettazione. Mentre i neri sono generalmente circondati da loghi che comunicano la vaga promessa di liberarli dalla loro miseria, la loro povertà diventa a questo punto il logo stesso. Non rifiutano questo logo. Quando Renzo Martens, sullo sfondo del battere dei tamburi, scongiura ad alcuni uomini di accontentarsi del loro destino, essi accettano il suo consiglio. Nella notte africana, si vede brillare questo messaggio al neon, nel quale si può leggere tra le righe il messaggio cristiano della benedizione che rappresenta la povertà, perché ci porta più vicini a Dio. È scritto in una lingua che i partecipanti non capiscono, ed è plasmato dalla cultura globale dello spettacolo, senza alcun aggancio con la comunità locale. E’ l’emblema del loro sradicamento, e per questo invoca il desiderio di qualcosa di radicalmente nuovo, l’appello di qualcuno o di qualcosa che potrebbe cambiare tutto di colpo, o con un clic. Si tratta di una coincidenza degli opposti assurda e scandalosa: quelle stesse parole che li incoraggiano ad abbandonare qualsiasi speranza incarnano contemporaneamente una speranza messianica, una speranza che non gli dà niente di cui sperare, e quindi che non li attira in maniera frustrante ed umiliante a colpi d’immagini oniriche rispetto alle quali misurano la qualità della loro vita. “No, non c’è niente di preparato per voi!” afferma Martens in maniera perentoria. Oltre a questo messaggio assurdo, sospeso nel vuoto, non ha nient’altro da offrire loro. Malgrado la loro onnipresenza, i loghi si nascondono in genere dietro al pragmatismo neutro delle attività umanitarie, mentre in questo caso quasi non si vede altro che questo logo, il quale illumina i volti di un gruppo di spettatori neri meravigliati. “I bambini lo trovano fantastico,” dice un uomo. “E’ una buona notizia.” E mentre contempla incantato il logo, aggiunge: “guarda la loro gioia!”, la scena diventa quasi insopportabile. Perché se non c’è niente di tanto toccante quanto la gioia di bambini senz’avvenire, ricacciamo immediatamente quest’emozione, macchiata dal famoso pensiero “Ah, quanto sannoessere riconoscenti! E sono felici con così poca cosa!”
Non è inumano?
I film di Renzo Martens tendono a sollevare senza esitazioni la questione dell’uomo dietro all’artista. Ci chiediamo se le sue intenzioni sono pure e se è in buona fede. Così facendo cerchiamo di discolparci, perché abbiamo paura che, consegnati senza protezione al nostro proprio sguardo, ci ritroviamo complici dell’inumanità che sospettiamo in lui. Si tratta evidentemente di un meccanismo di difesa: siamo fin da subito complici, ma preferiamo ignorarlo e riversiamo tutto sul regista. “Ma quanto è cinico??” “Il suo cinismo non è altro che l’atteggiamento di un’anima estremamente sensibile!” Attraverso tali speculazioni, tendiamo a sottrarci di fronte alla responsabilità di far fronte ai dilemmi e alle impasse nei quali l’artista ci trascina.
Frank Vande Veire
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